La sentenza in commento – C. Cass. n. 685/2024 – è stata pronunciata a seguito del ricorso proposto da un soggetto condannato dal Tribunale per il reato di trasporto abusivo di rifiuti (art. 256, co. 1, lett. a) d. lgs. n. 152/2006.

Il ricorrente ha proposto ricorso in Cassazione deducendo, tra gli altri motivi di doglianza, il vizio di motivazione sotto il profilo del travisamento probatorio e dell’omessa valutazione della prova, poiché “il giudice lo avrebbe ritenuto responsabile del reato a lui ascritto sul presupposto che l’imputato fosse in possesso della sola autorizzazione al commercio ambulante di abbigliamento e tessuti vari e non anche per il commercio itinerante di materiali ferrosi. Diversamente da quanto erroneamente rilevato dal giudice, l’imputato era in possesso non solo dell’autorizzazione per la vendita itinerante di abbigliamento ma anche per la raccolta di materiale ferroso, come si evince dall’iscrizione alla Camera di Commercio che indica come attività secondaria il commercio ambulante itinerante di materiali ferrosi. Si era dunque in presenza di un fatto diverso che si sostanziava non nella mancanza di autorizzazione, ma nell’aver superato il limite di 30 chilogrammi giornalieri o eventualmente nell’aver trattato rifiuti senza il documento accompagnatorio”

Il ricorrente lamentava, inoltre, il fatto che il Giudice avesse ritenuto che le merci contenute nel furgone fossero rifiuti, affermando, invece, che le stesse fossero destinate ad un successivo riutilizzo e quindi non avrebbero potuto essere interamente qualificate come rifiuti.

Si doleva, poi, per la mancata applicazione della disciplina estintiva di cui all’art. 318-bis D.lgs 152/2006, ritenendo che sarebbero state “interamente adempiute le prescrizioni atte all’elisione del danno e del pericolo mediante condotte ripristinatorie, donde l’applicabilità della predetta causa di esclusione.”.

Valutata anche la requisitoria del Procuratore Generale – con cui è stato chiesto il rigetto del gravame – la Corte ha accolto il ricorso con riferimento ad un solo motivo.

I Giudici, tra le altre cose, dopo avere ritenuto manifestamente infondato il motivo relativo alla qualificazione dei rottami metallici – che secondo l’imputato dovevano rimanere esclusi dalla disciplina dei rifiuti poiché ritenuti riutilizzabili – ha analizzato la doglianza avente ad oggetto la disciplina estintiva di cui all’art 318-bis e ss.

I Giudici hanno ritenuto anche tale motivo manifestamente infondato poiché, sebbene l’imputato avesse sostenuto di avere interamente adempiuto le prescrizioni atte all’elisione del danno e del pericolo mediante condotte ripristinatorie, nulla sarebbe, tuttavia, emerso “circa l’esaurimento della relativa procedura prevista dagli artt. 318-bis d.lgs 152/2006, segnatamente con riferimento al pagamento della somma prescritta dalla legge al fine di poter ottenere la successiva estinzione del reato contravvenzionale. Inapplicabile, pertanto, era la disciplina in esame, difettando una delle condizioni fondamentali prescritte dalla legge, ossia il pagamento previsto dall’art. 318-quater, comma 2, d. lgs. 152/2006.”.

Non solo. La Corte ha ribadito che la procedura estintiva di cui all’art 318-bis e ss, non è obbligatoria e che “l’omessa indicazione all’indagato, da parte dell’organo di vigilanza o della polizia giudiziaria (…) delle prescrizioni la cui ottemperanza è necessaria per l’estinzione delle contravvenzioni, non è causa di improcedibilità dell’azione penale”.

E’ stato, inoltre, precisato che: “(…) in caso di eventuale omessa attivazione della procedura di estinzione agevolata, l’imputato avrebbe potuto attivare il meccanismo di cui all’art. 162-bis cod. pen. per definire il procedimento ((…) cit.: «la facoltà di cui all’art. 162-bis cod. pen. di richiedere l’oblazione speciale non è alternativa a quella prevista dagli artt. 318-bis e ss. D.lgs. 152/2006, potendo essere esercitata non solo quando non ricorrano le condizioni per l’esperimento della procedura estintiva di settore, ma anche quando il contravventore abbia ritenuto di non avvalersene»; (…)), ma non può invocare la speciale causa estintiva in parola.

Il Collegio ha, invece, accolto il motivo concernente la carenza di autorizzazione relativa al commercio itinerante di materiali ferrosi.

Dopo un preliminare cenno alla normativa applicabile al commercio di rifiuti e, in particolare, all’obbligo di iscrizione all’Albo Nazionale Gestori Ambientali e alla relativa eccezione stabilita dall’art. 266 comma 5 D.lgs 152/2006 – tale per cui “le disposizioni di cui agli articoli 189, 190, 193 e 212 non si applicano alle attività di raccolta e trasporto di rifiuti effettuate dai soggetti abilitati allo svolgimento delle attività medesime in forma ambulante, limitatamente ai rifiuti che formano oggetto del loro commercio” – la Corte ha ribadito le condizioni necessarie per il commercio ambulante di rifiuti, così come recentemente riprese e chiarite dalla Giurisprudenza:

  1. il soggetto deve essere in possesso del titolo abilitativo previsto per il commercio ambulante dal D.lgs. 31 marzo 1998, n. 114;
  2. deve trattarsi di rifiuti che formano oggetto del suo commercio ma non riconducibili, per le loro peculiarità, a categorie autonomamente disciplinate;
  3. in caso di trasporto di rifiuti effettuato da soggetti abilitati al commercio ambulante, non si deve operare mai un trasporto di rifiuti pericolosi (per esempio apparecchiature elettriche e batterie di autoveicoli esauste, trattandosi di rifiuti pacificamente pericolosi).”.

Secondo i Giudici, i rifiuti in oggetto erano da qualificarsi come non pericolosi e gli stessi “formavano oggetto del commercio ambulante, non riconducibili, per le loro peculiarità, a categorie autonomamente disciplinate”: alla luce di ciò, l’indicazione “risultante dalla visura camerale della ditta (…), con attività secondaria esercitata (…) di “commercio ambulante itinerante di materiali ferrosi”, avrebbe richiesto, da parte del giudice, un più attento esame della questione, al fine di valutare, in particolare, se l’attività svolta rientrasse nella disciplina derogatoria prescritta dall’art. 266, comma 5, d. lgs. n. 152 del 2006”. Che tale circostanza, oggetto del denunciato travisamento probatorio, avesse carattere di decisività, non può essere messo in dubbio (…)”.

Pertanto, attesa la corretta deduzione del vizio da parte del ricorrente e data la ritenuta fondatezza del motivo, la Corte ha annullato la sentenza impugnata con rinvio al Tribunale, dichiarando inammissibile, nel resto, il ricorso.

La Redazione

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