La sentenza della corte di cassazione del 18 aprile 2024, tratta il tema della responsabilità del Responsabile tecnico in relazione al reato di traffico illecito di rifiuti (art. 452-quaterdecies c.p.)

La pronuncia è stata resa a seguito del ricorso proposto dal RT di una società, avverso l’ordinanza del competente Tribunale della libertà, la quale aveva rigettato l’appello dell’indagato avverso il rigetto della richiesta di revoca della misura interdittiva del divieto di esercizio dell’attività di impresa nel settore ambientale per mesi 12, applicata dal Gip, in relazione all’art. 452-quaterdecies c.p.

Con il gravame, il ricorrente ha rappresentato come, a suo avviso, il provvedimento impugnato si sarebbe limitato a richiamare, per relationem, l’ordinanza genetica, senza proporre una sua autonoma valutazione. Più in particolare, il provvedimento non avrebbe replicato alla deduzione difensiva secondo la quale il ricorrente essendo mero “responsabile tecnico” (…), non aveva il dovere di impedire la mala gestione dei rifiuti all’interno dell’azienda, al contrario del cd. “direttore tecnico”, limitandosi a richiamare la delibera n. 1/2019, che traccia genericamente i compiti del responsabile tecnico.”.

Secondo il ricorrente, inoltre: “L’articolo 2 della citata delibera, peraltro, limita i compiti di controllo del R.T. nel mero “esame visivo” dei rifiuti, a differenza del Direttore tecnico, cui spetta la responsabilità della gestione operativa dell’azienda (v. circolare ministeriale n. 1121 del 21/01/2019)”.

Il Collegio ha ritenuto il ricorso inammissibile, rappresentando la legittimità della motivazione per relationem operata dal Tribunale del riesame in riferimento all’ordinanza genetica ed ha inoltre ritenuto il ricorso manifestamente infondato.

I Giudici osservano, infatti, che la determinazione 1/2019 ha “valenza meramente integrativa (e certamente non derogatoria) rispetto alla disciplina normativa di rango secondario vigente in materia”, ed evidenziano come la figura del RT dell’impresa sia disciplinata dall’art. 12 DM 120/2014, richiamando il contenuto del relativo comma 1. La Corte, a tal riguardo afferma: “come appare evidente, il responsabile tecnico, pur formalmente non destinatario diretto del precetto penale, viene investito dalla legge (rectius: regolamento) di una vera e propria “posizione di garanzia” relativa al rispetto della normativa in materia di gestione dei rifiuti. Egli quindi, al pari del legale rappresentante, risponderà dei reati commessi e connessi in riferimento alla (mala) gestione dei rifiuti in azienda.”

Si osserva, invero, come la posizione di garanzia di cui un soggetto può essere titolare, derivi dal disposto dell’art 40 comma 2 c.p., il quale prevede che: “Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo”.

Il Collegio conclude ritenendo il motivo manifestamente infondato, dopo avere espresso il seguente principio di diritto: “L’articolo 12 del Dm 3 giugno 2014, n. 120 del Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare (Regolamento relativo all’istituzione dell’Albo dei gestori ambientali), a norma del quale il responsabile tecnico di un’impresa deve porre in essere azioni dirette ad assicurare la corretta organizzazione nella gestione dei rifiuti da parte dell’impresa nel rispetto della normativa vigente e di vigilare sulla corretta applicazione della stessa, nonché svolgere tali compiti in maniera effettiva e continuativa, costituisce in capo al medesimo una vera e propria “posizione di garanzia” relativa al rispetto della normativa in materia di gestione dei rifiuti di cui al Dlgs 152/2006 , con la conseguente responsabilità per gli illeciti connessi alla violazione di tale normativa”.

La Redazione

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