Responsabilità condivisa in ambito di gestione dei rifiuti: cosa dice la sentenza della corte di cassazione del 20 marzo 2024, n. 11617

La sentenza oggetto dell’odierno commento affronta il tema della responsabilità condivisa in ambito di gestione dei rifiuti, definendo i confini della medesima, focalizzandosi, poi, sul tema della confisca e del sequestro preventivo ad essa preordinato.

La pronuncia è stata resa a seguito del ricorso presentato da una società avverso l’ordinanza del Tribunale del Riesame che aveva rigettato l’appello dell’imputato, a sua volta proposto contro il provvedimento con cui il GIP aveva rigettato l’istanza di revoca di sequestro preventivo, disposto in relazione al reato di traffico illecito di rifiuti (452-quaterdecues c.p.), aggravato.

L’imputato, con il ricorso oggetto dell’odierna sentenza, tra le altre cose, aveva lamentato la violazione dell’art. 193 D.lgs 152/2006 (Trasporto dei rifiuti) in riferimento alla responsabilità del trasportatore, nonché la violazione di legge in merito alla quantificazione del profitto oggetto del sequestro preventivo (anche con riferimento al tema del concorso di persone nel reato).

Con riguardo alla doglianza circa la responsabilità del trasportatore (art 193 TUA), il ricorrente ha, in particolare, evidenziato come, nel caso di specie “usando l’ordinaria diligenza, richiesta dalla normativa in materia di rifiuti, non sarebbe stato possibile valutare la difformità trai rifiuti trasportati e quelli che potevano trovare destino negli impianti di trattamento”.

La Corte ha dichiarato il motivo inammissibile. Secondo i Giudici, anche in ragione di quanto statuito dalla giurisprudenza: “dall’esame degli artt. 188, 193 e ss. del d.lgs n. 152/2006 emerge che tutti i soggetti che intervengono nel circuito della gestione dei rifiuti, sono responsabili non solo della regolarità delle operazioni da essi stessi posti in essere, ma anche di quelle dei soggetti che precedono o seguono il loro intervento mediante l’accertamento della conformità dei rifiuti a quanto dichiarato dal produttore o dal trasportatore, sia pure tramite la verifica della regolarità degli appositi formulari, nonché la verifica del possesso delle prescritte autorizzazioni da parte del soggetto al quale i rifiuti sono conferiti per il successivo smaltimento.

Il Collegio, poi, con riferimento al caso di specie, prosegue: “Vero è che l’art. 193, così come modificato dal d.lgs. n. 116/2020, comma 17, stabilisce che «nella compilazione del formulario di identificazione, ogni operatore è responsabile delle informazioni inserite e sottoscritte nella parte di propria competenza. Il trasportatore non è responsabile per quanto indicato nel formulario di identificazione dal produttore o dal detentore dei rifiuti e per le eventuali difformità tra la descrizione dei rifiuti e la loro effettiva natura e consistenza, fatta eccezione per le difformità riscontrabili in base alla comune diligenza»; tuttavia – precisa la Corte – nel caso di specie, a fronte di analoga censura proposta con il riesame, il Tribunale ha argomento la correità del ricorrente “non già sulla base di argomentazioni di diritto, bensì alla luce del tenore di alcune conversazioni intercettate (…), elemento non suscettibile di rivalutazione in sede di legittimità”.

Quanto alla doglianza concernente la quantificazione del profitto oggetto del sequestro preventivo, il ricorrente ha evidenziando – tra l’altro – come non fosse corretto quantificare tale profitto in riferimento al ricavo “lordo”, “dovendosi invece depurare tale dato dalle spese sostenute (ricavo “netto”), pena l’impoverimento dell’imputato rispetto alla fase ante delictum”.

Giova, invero, premettere come l’art 452-quaterdecies preveda sempre l’applicazione della confisca: “È sempre ordinata la confisca delle cose che servirono a commettere il reato o che costituiscono il prodotto o il profitto del reato, salvo che appartengano a persone estranee al reato. Quando essa non sia possibile, il giudice individua beni di valore equivalente di cui il condannato abbia anche indirettamente o per interposta persona la disponibilità e ne ordina la confisca”.

Con le argomentazioni riportate in sentenza, è stato chiarito, al proposito, che la normativa non contiene “una specificazione del tipo di profitto, in termini di «profitto lordo» o «profitto netto»”.

Inoltre, i Giudici hanno ricordato come “L’opinione largamente dominante ritiene che la confisca del profitto del reato, piuttosto che perseguire una finalità repressiva, risponde ad una finalità di «compensazione» o di «riequilibrio» dell’ordine economico violato, riportando la situazione patrimoniale del reo nelle condizioni in cui si trovava prima della consumazione del reato, e così impedendo al medesimo di godere del frutto della sua attività, in base al principio fondamentale che il crimine non rappresenta in uno Stato di diritto un legittimo titolo di acquisto di beni. Tale opinione è stata confermata da questa Corte nella sua massima composizione (…), la quale ha chiarito che il profitto del reato si identifica con il vantaggio economico derivante in via diretta ed immediata dalla commissione dell’illecito e la relativa confisca «ha la finalità di ripristinare lo status quo ante così da sterilizzare, in funzione essenzialmente preventiva, tutte le utilità che il reato, a prescindere dalle relative forme e dal relativo titolo, può aver prodotto in capo al suo autore».”.

Pertanto, il Collegio conclude che: “la nozione di profitto del reato di cui all’articolo 452-quaterdecies c.p. non può essere ridotta al solo «utile netto», dovendosi invece ritenere, in conformità con la natura «riequilibratrice» di tale confisca (ed a differenza di quella dello «strumento del reato»), come riferita a tutto ciò che consegue in via immediata e diretta al reato, senza considerare gli eventuali costi sostenuti, la cui detrazione sottrarrebbe il colpevole al rischio economico del reato”.

La sentenza, infine, è intervenuta anche in tema di concorso di persone nel reato, relativamente all’applicazione e quantificazione del sequestro preventivo finalizzato alla confisca, osservando come: “a fronte di un illecito (anche solo «eventualmente») plurisoggettivo deve applicarsi il principio solidaristico che informa la disciplina del concorso nel reato e che implica l’imputazione dell’intera azione delittuosa e dell’effetto conseguente in capo a ciascun concorrente”.

La Corte, dopo avere richiamato anche la giurisprudenza, ha statuito: “Deve quindi concludersi nel senso che “in tema di sequestro finalizzato alla confisca del profitto del delitto di cui all’articolo 452-quaterdecies cod. pen., ove la natura della fattispecie concreta e dei rapporti economici ad essa sottostanti non consenta d’individuare la quota di profitto concretamente attribuibile a ciascun concorrente, o la sua esatta quantificazione, il sequestro preventivo deve essere disposto per l’intero importo del profitto nei confronti di ciascuno, pur senza alcuna duplicazione e nel rispetto dei canoni della solidarietà interna tra i concorrenti.”.

La Redazione

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