La sentenza della Corte di Cassazione 18 DICEMBRE 2023, n. 50309 è intervenuta in materia di combustione illecita di rifiuti, rigettando il ricorso degli imputati, ritenuti responsabili del reato previsto dall’art. 256-bis D.lgs. 152/2006.

La Corte, dopo aver preliminarmente chiarito che l’art. 256-bis TUA è reato di pericolo concreto e di condotta – tale per cui la consumazione prescinde dalla verifica del danno ambientale – ha affermato che tale norma punisce “la combustione illecita dei soli «rifiuti abbandonati ovvero depositati in modo incontrollato». Il riferimento, dunque, è alle condotte richiamate nell’art. 255, comma 1 (e 256, comma 2) d.lgs. 152/2006”.

La sentenza prosegue osservando come, in ossequio al principio di tassatività, l’operatività della norma “non può estendersi a rifiuti che siano oggetto di forme di gestione autorizzata o comunque lecita. (…) L’incenerimento a terra è una forma di gestione dei rifiuti che necessita di autorizzazione, sicché, laddove questa manchi e non si tratti di condotta commessa su rifiuti abbandonati o depositati in modo incontrollato potrebbe sussistere la residuale ipotesi contravvenzionale di smaltimento non autorizzato di cui all’art. 256, comma 1, d.lgs. 152/2006, punibile anche a titolo di colpa.”.

La condotta degli imputati, invero, sarebbe consistita nel separare “mediante abbruciamento il rame contenuto nei cavi (che ha un valore commerciale) dal loro rivestimento in gomma, in tal modo ponendo in essere una condotta di recupero del metallo (e di smaltimento della guaina) al termine della quale esso avrebbe perso la qualifica di rifiuto, ai sensi del Regolamento 715/2013 (recante i criteri che determinano quando i rottami di rame cessano di essere considerati rifiuti ai sensi della direttiva 2008/98/CE del Parlamento europeo e del Consiglio); si tratta di un caso di c.d. “end of waste” ai sensi dell’articolo 184-ter d. lgs. n. 152/2006”.

La Corte, dopo avere richiamato la normativa applicabile quando tale attività di recupero ha per oggetto modesti quantitativi (D.M. 5/02/1998; comunicazione ex artt. 214 e 216) ed aver osservato come la stessa non contempli l’abbruciamento a terra, ha così affermato: “Premesso che l’attività in corso era di smaltimento e recupero di rifiuti, circostanza dirimente è costituita dall’essere gli stessi abbandonati ovvero depositati in modo incontrollato, oppure essere di proprietà del ricorrente (con conseguente esclusione dell’abbandono)”: i Giudici, a tal riguardo, hanno ritenuto “apodittica e indimostratal’affermazione del ricorrente, secondo cui i cavi erano di sua proprietà.

Il Collegio, pertanto, dopo avere rammentato che – come statuito dalla stessa Giurisprudenza della Corte – le norme relative all’ End of Waste hanno natura eccezionale e derogatoria rispetto alla disciplina ordinaria in tema di rifiuti, con la conseguenza che “l’onere della prova circa la sussistenza delle condizioni di legge deve essere assolto da colui che ne richiede l’applicazione” –  nel caso di specie ha affermato che: “non avendo il ricorrente nulla dedotto al fine di escludere la natura di rifiuto ovvero giustificare la provenienza del medesimo, il Collegio ritiene corretta l’argomentazione dei giudici di merito secondo cui si trattava, nel caso di specie, di rifiuti abbandonati o depositati in modo incontrollato”.

La Redazione

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